Delizia del Verginese
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Il sistema delle Delizie EstensiDelizie vennero chiamate le residenze che gli Estensi fecero edificare in tutto il territorio del ducato. Luoghi di svago e di piacere, celebrati per la bellezza architettonica e ambientale, abbelliti da giardini e opere d’arte, questi paradisi di corte erano anche centri di irradiazione del potere estense. Tra il Quattro e il Cinquecento gli estensi
promossero la costruzione di numerose tenute agricole, ville e
castalderie, |
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dove si amministravano i possedimenti agricoli e le aree venatorie, favorendo talvolta la costruzione di palazzi di largo impianto.
Nel paesaggio delle terre vecchie le Delizie Estensi del Belriguardo, del Verginese e di Benvignante ricompongono il sistema che in epoca etrusca presidiava le vie d’acqua e che aveva perso importanza con le modifiche apportate alla rete idrografica e al Sandalo in particolare.
Anche in epoche successive al ducato estense, le delizie sono sempre rimaste punti focali del territorio: nelle azioni di bonifica e nella gestione dei territori paludosi. In questa chiave di lettura appare chiaro il rapporto esistente tra il progetto architettonico e il luogo in cui collocarlo, ovvero tra le forme di insediamento umano e il corso d’acqua – fiume, canale, valle o palude. In questo rapporto si caratterizza il paesaggio storico rinascimentale ferrarese, riconosciuto dall’UNESCO patrimonio mondiale dell’umanità.
La Delizia del VergineseLa Delizia del Verginese, affascinante villa a forma di castello, è giunta fino a noi attraversando cinque secoli di storia portandoci antiche memorie di vita agreste, fasti, amori e misteri. Risale al 1481 l’atto notarile che descrive, in maniera particolareggiata, il Verginese come casale agricolo. La proprietà sorgeva in un'area importante grazie alla fitta rete di canali anche navigabili |
e da uno di loro il “Verzeneze” da cui prende il nome, è donata il 26 ottobre 1534 dal duca Alfonso I d’Este a Laura Dianti e ai due figli avuti da lei, Alfonso ed Alfonsino.
Laura Dianti era d’umili origini, figlia di un berrettaio, ma dotata di un incredibile fascino. Colta e raffinata, riesce imporsi a corte e a far dimenticare al duca il lutto per la morte della seconda moglie, Lucrezia Borgia. La bellezza di Laura è tramandata in alcuni ritratti eseguiti dai più famosi pittori dell’epoca, come il Tiziano e il Dosso Dossi. La relazione fra Laura, detta Eustocchia, e Alfonso I fu stabile, forse legittimata in extremis dal matrimonio, dubbio e mistero che pesarono grandemente sul destino di Casa D’Este.
E’ proprio Laura Dianti che trasforma il Verginese da casale agricolo a vera e propria Delizia, affidando i lavori di ristrutturazione probabilmente a Girolamo da Carpi, famoso pittore ed architetto della corte estense. L’edificio viene arricchito dalle torri angolari a pianta quadrata, dagli eleganti timpani alle finestre, dal bugnato in laterizio che incornicia porte e torri. Nello spazio verde circostante viene costruita la torre colombaia che svetta ancora a cento metri dal fronte nord del Verginese, perfettamente in asse con i portali dell’edificio.
Laura Dianti muore nel 1573, la tenuta passa al figlio Alfonso e da questi, per via diretta al nipote Cesare d’Este, duca di Modena che nel 1590 la cede in parte alla famiglia Picchiati e in parte ai Marchesi di Bagno.
Si chiude così il periodo di splendore della villa legato al destino di casa d’Este.
Nel 1771 la famiglia Bargellesi subentra ai Picchiati e commissiona interventi importanti. Il castello perde alcune delle caratteristiche di ricca Delizia per essere adibita a semplice casa padronale.
La famiglia Bargellesi lo trasforma ma, seppur diversa, la Delizia vive un'altra epoca aurea.
L’edificio si arricchisce dello scenografico portico ad arcate che unisce la chiesetta al castello; il pianterreno viene abbellito con gli ornati in stucco, tra i quali spicca la coppia di telamoni che sorregge l’arcata dell’atrio d’ingresso separandolo dal salone d’onore.
Sono del primo ‘900, invece, le decorazioni pittoriche ancora visibili nelle sale del piano nobile e nella chiesa oggi sconsacrata.
Durante l’ultima guerra il castello fu occupato da truppe militari poi da sfollati ed infine diventò un ricovero per animali, fino a quando l’ultimo proprietario, l’Avv. Enrico Fontana, lo cedette all’Amministrazione Provinciale di Ferrara che lo ristrutturò alla fine degli anni ottanta del secolo scorso riportandolo con interventi successivi ad una ritrovata dignità di delizia.
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Il BroloLa Delizia è arricchita dal ritrovato “Brolo” il bell’orto/giardino storico ricostruito dopo attenta e documentata ricerca, per volontà della Provincia di Ferrara e del Comune di Portomaggiore. Una passeggiata nel brolo su un morbido tappeto erboso tra roseti, piante aromatiche, praterie fiorite e antichi frutti il tutto racchiuso dall’abbraccio della “Vite Maritata” (vite sostenuta da alberi di noci, salici e olmi) è come un viaggio nel tempo… |
….nel tempo in cui si sapeva
coniugare il bello all’utile e nulla era per caso o andava
sprecato.
Infatti la presenza della torre colombaia in fondo al giardino aveva molte ragioni di esistere: era torre di avvistamento e serviva da “ufficio postale” per i colombi viaggiatori preposti alle comunicazioni che qui abitavano, vivevano e si riproducevano. I colombi infine erano ottimi come riserva di proteine e il loro guano era indispensabile per concimare il brolo sottostante, dove la differenza ben studiata ed intrecciata di piante da fiore e da frutto creava un ambiente bello dove si sviluppava contestualmente una forma di “coltura” che nei secoli futuri verrà riscoperta e chiamata “coltura biologica”.
Dal giardino antistante la villa passeggiando verso il lato meridionale, un vialetto conduce al ristrutturato essiccatoio ribattezzato “La vinaia del sapere” luogo privilegiato per mostre temporanee, incontri culturali e concerti.
La vocazione della Delizia del Verginese è duplice, da un lato incarna l’identità culturale della comunità portuense e dall’altro costituisce meta di turismo culturale e ricreativo all’interno dell’itinerario delle Delizie Estensi del Ferrarese.
È in atto il progetto di caratterizzare il Verginese come centro culturale che consenta al pubblico di conoscerne la storia e il profondo legame con il territorio circostante, con l’allestimento di sale espositive permanenti a cui si affiancheranno mostre, iniziative temporanee e la celebrazione di matrimoni civili.
I collegamenti stradali particolarmente sviluppati, consentono di raggiungere il Verginese in modo agevole da Ferrara, Ravenna, Bologna e il mare, ad essi si aggiungerà a breve il collegamento ferroviario con la linea Ferrara Rimini.
Il complesso del Verginese è riconosciuto dall’UNESCO patrimonio dell’umanità.
Mostra Mors InmaturaLa
villa costituisce oggi un polo d’attrazione del turismo
artistico e culturale, grazie anche al fortunato ritrovamento
archeologico nelle terre adiacenti del “Sepolcreto
dei Fadieni” ed alla conseguente istituzione del
museo archeologico con importanti reperti d’età romana
ospitati nelle sue sale al pian terreno: le stele scolpite, le
intense iscrizioni, i ritratti dei defunti, i reperti
dei |
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corredi funerari, bronzi, monete e una rara raccolta di vasi in vetro finemente lavorati.
Si chiamavano Caius, Marcus, Tertia, in tutto 12 tombe, una sola famiglia, i Fadieni. La loro necropoli ritrovata racconta la storia di una famiglia benestante della prima età imperiale ma anche il vivere di un’intera civiltà, con i propri usi e consuetudini. Le epigrafi intrecciano il quotidiano con i simboli dell’umano desiderio di immortalità e attestano un rapporto di parentela tra i defunti che si snoda per quattro generazioni, genitori, figli e nipoti, di cui tre morti attorno ai vent’anni.
Sono i sentimenti a farla da padroni, sempre uguali sotto ogni cielo in ogni secolo, ci ricordano che gli uomini sono sempre uomini accomunati da gioia e dolore e di qui anche il titolo della mostra, “Mors Inmatura”.
Orari di aperturaSabato, domenica e festivi: mattino 10,00 –12,30 pomeriggio 15,00 - 19,00 Per informazioniUfficio Cultura Comune di Portomaggiore tel. 0532 -323011 |
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La mostra "Mors Inmatura" al Vittoriano
E' stata inaugurata il 14 giugno
2010 la mostra “Dal sepolcro al museo. Storie di saccheggi e
recuperi” al Complesso del Vittoriano che sarà
possibile visitare gratuitamente fino al 12 settembre 2010.
La mostra è il messaggio del lavoro svolto quotidianamente
dalla Guardia di Finanza a tutela del patrimonio archeologico ed
artistico attraverso l'esposizione di un vasto corpus di manufatti
marmorei, ceramici e bronzei recuperati dall'indotto clandestino e
restituiti alla fruizione collettiva. Più volte definito 'un
museo a cielo aperto', l'Italia sta divenendo un luogo in cui i
reperti archeologici e non solo vengono sottratti allo Stato e
trasportati in tutto il mondo.
Dai dati emersi dal lavoro della GDF attraverso una specifica
articolazione del Nucleo Polizia Tributaria Roma, il Gruppo Tutela
Patrimonio Archeologico, deputato alla salvaguardia dei siti a
rischio della manomissione ed al monitoraggio del mercato
antiquario nazionale è emerso che fra tutti l'Italia, area
ricca di testimonianze millenarie civiltà, è il primo
dei
Paesi a rischio di trafugamento di oggetti di interesse
storico-archeologico.
Nel solo biennio 2008/2009, il diuturno impegno profuso nel
comparto operativo ha consentito il recupero e la restituzione alla
fruizione pubblica di 11.258 manufatti di interesse archeologico;
il sequestro di 136.873 opere contraffatte e la denuncia di 294
responsabili per violazione di natura penale correlate allo
specifico compendio, che rappresentano – in termini
percentuale – un incremento di circa il 50% rispetto al
biennio precedente. Per evitare che le opere recuperate possano
finire nei depositi delle caserme o negli uffici giudiziari
è stata pensata questa manifestazione che rende di nuovo
noti, oggetti purtroppo decontestualizzati e meno fortunati e
famosi.
“Il progetto di allestire una mostra di opere della specie
nei suggestivi spazi del Vittoriano, in un luogo simbolo
dell'Italianità, consente alla collettività di
riappropriarsi di capolavori del passato - dichiara il Maggiore
della Guardia di Finanza, Massimo Rossi – e di ammirare quel
'museo nascosto' che certo incuriosirà il visitatore,
generando in lui la consapevolezza imperativa di dover sottrarre
dal cono d'ombra testimonianze artistiche del passato che per la
specifica funzione etico-sociale che vi si riconosce debbono
continuare ad essere accessibili a tutti”.
Il materiale esposto è riferibile ad oggetti di uso
funerario dal VII a.C. al II a.C. provenienti da svariate tipologie
di sepolture che spiegherà attraverso la visione di questo
materiale il modo di concepire la morte delle civiltà del
passato.
Dal museo del Verginese di Portomaggiore, sono pervenute due stele
funerarie del I° e II° secolo d.C. frutto di parte dei
ritrovamenti del 2002 e 2004 nel podere Santa Margherita di
Gambulaga.
Ultimo aggiornamento: 15/06/2010, 17:11:15



